BORDERS
(CONFINI)
BORDERS è un'installazione d'arte concettuale che offre una riflessione critica e viscerale sull'eredità del colonialismo e sulla natura artificiale dei confini geopolitici. L'opera si materializza come un recinto geometrico, rigorosamente quadrato, costruito non con materiali edili, ma con una serie di pale da scavo piantate nel terreno, con le punte rivolte verso l'interno, a delimitare e confinare un cumulo di terra grezza.
La forma squadrata e innaturale del recinto è una chiara denuncia della logica cartografica coloniale. Rappresenta la fredda brutalità con cui le potenze occupanti, spesso utilizzando letteralmente righelli su una mappa, hanno tracciato confini politici arbitrari su territori vasti e complessi. Queste linee non hanno tenuto conto né delle necessità vitali delle popolazioni autoctone, né della morfologia naturale del territorio, ma hanno risposto esclusivamente agli interessi, alle spartizioni di potere e alle volontà dei colonizzatori.
L'uso delle pale come elementi costruttivi del confine eleva il significato dell'opera. La pala non è un semplice strumento di lavoro, ma il simbolo della rapina metodica delle risorse. Essa incarna l'estrattivismo, sia minerario che agricolo, che ha storicamente caratterizzato il rapporto tra colono e colonizzato. In BORDERS, la pala, lo strumento stesso del furto, diventa paradossalmente la guardia del bottino, a difesa di un perimetro tracciato per confinare e sfruttare ciò che è al suo interno. La terra confinata, visibile ma recintata, simboleggia la nazione privata della sua libertà, ridotta a pura risorsa in attesa di essere consumata.
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BORDERS is a conceptual art installation that offers a visceral critique of the legacy of colonialism and the artificial nature of geopolitical boundaries. The work manifests as a rigid, geometric enclosure—a perfect square—constructed not from building materials, but from a series of shovels driven into the ground, their blades facing inward to confine a mound of raw earth.
The unnatural, squared form of the enclosure is a direct indictment of colonial cartographic logic. It represents the cold brutality with which occupying powers—often literally using rulers on a map—drew arbitrary political borders across vast and complex territories. These lines ignored the vital needs of indigenous populations and the natural morphology of the land, serving instead the interests, power-sharing agreements, and whims of the colonizers.
The use of shovels as the structural elements of the border elevates the work's meaning. The shovel is not merely a tool for labor; it is the symbol of systemic resource plunder. It embodies the extractivism—both mineral and agricultural—that has historically defined the relationship between the colonizer and the colonized. In BORDERS, the shovel, the very instrument of theft, paradoxically becomes the guard of the loot, defending a perimeter designed to confine and exploit everything within. The trapped earth, visible yet fenced in, symbolizes a nation stripped of its freedom and reduced to a mere commodity waiting to be consumed.